Storie di dislessia: "Agli insegnanti chiedo più umanità e sensibilità."



Questa è una delle storie più profonde e significative ricevute fino ad ora. A raccontarla è Cristina una splendida mamma di un ragazzo DSA in procinto di cambiare scuola. Sono sicuro che leggendola molti di voi esclameranno "Sembra scritta da me!". Buona lettura.

"Alla fine mio figlio ha deciso di cambiare scuola. E’ stato un passo molto ragionato, tormentato, sofferto, ma forse necessario.

Necessario per ripartire ad avere stima di sé stesso, quella stima che non ha mai avuto, anzi, che la scuola ha contribuito a negargli perché non abbastanza performante. Perché lui è sempre stato il bambino, prima, poi il ragazzo , più lento, quello che nessuno voleva nel gruppo, quello che abbassava il voto degli altri, quello scomposto, inconcludente, pasticcione, quello che non rispettava mai i tempi previsti, sia a scuola che a casa.

Stentato nel parlare, sempre con la testa fra le nuvole (che cosa penserà suo figlio signora tutto il tempo???), disattento, disordinato, dis… DISLESSICO! Ecco la parola che racchiude tutte le sue problematiche, tutte, scolastiche e personali. E ci sono voluti due cicli di scuola per arrivare a questa conclusione, una diagnosi che da madre avevo già fatto alla primaria, senza che stuoli di psicologi, logopedisti, neuropsichiatri, lo ribaltassero da capo a piedi.

Ma la certificazione è arrivata tardivamente, in prima superiore, e questo ha contribuito alla costruzione di un sé negativo (“non so studiare, non ce la faccio, non valgo niente…”) con un livello di autostima e di ansia da prestazione da paura (“se suo figlio si rendesse conto di tutti i suoi fallimenti scolastici signora si butterebbe dalla finestra”).

Fatica! Fatica! Il suo, e mio, mantra! Fatica sua a svegliarsi la mattina, a studiare, a rispettare i tempi, a fare i compiti, ad arrivare in orario a scuola, negli sport, agli appuntamenti, a riordinare la sua stanza, a rincorrere gli autobus persi, a ricopiare gli appunti non presi, a cercare i compagni che gli diano i compiti che lui non segna, a cercare le cartellette di disegno tecnico perse, i compassi persi, i cappelli persi, le biciclette dimenticate, i cellulari rotti.

Fatica mia a tamponare le sue dimenticanze, a tirarlo già dal letto la mattina, a portarlo a scuola dopo aver perso l’autobus, a coprire le sue dimenticanze con i professori, a giustificare i suoi ritardi, a spiegare ai professori cosa vuol dire essere DSA, a correggere i PDP sbagliati, a mandare lettere di mancato rispetto del PDP, ad ascoltare (che agonia i colloqui!) le lamentele dei professori sulle sue distrazioni, mancanza di materiale, compiti non fatti, disattenzione. STANCHEZZA!!!

E poi il continuo interrogarsi sulle mie azioni: faccio bene ad aiutarlo, a tamponare le sue dimenticanze? E quando decido di non aiutarlo: faccio bene a mandarlo allo sbaraglio? A non ricordargli che ha dei compiti da fare, delle interrogazioni, degli appunti da prendere? E quando lo elogio per i suoi sei stiracchiati, faccio bene, forse lo dovrei spronare a fare di più…? FATICA!!!

Scuola nuova, quindi farà un punto e a capo. Nuova ripartenza, nuovi professori, speriamo più attenti e preparati, e soprattutto consci che gli strumenti compensativi non sono un contentino, della serie così tua madre è più tranquilla, e quindi è già tanto che ti diamo il 6 perché avevi lo schema o il formulario.

Perché al di là del PDP quello che conta è l’atteggiamento verso un ragazzo che, oltre ad essere DSA è anche un adolescente, con tutti i problemi della sua età. Perché l’adolescenza mette a dura prova tutti, figuriamoci un DSA che ha anche l’autostima in fondo ai piedi.

Un po’ di sensibilità chiedo, solo quello, non favoritismi, non scorciatoie, ma umanità e ascolto, perché, cari professori, avete a che fare con uomini, non bestie!
Speriamo bene…".

"Cristina"

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Roberto M.

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