Storie di dislessia: "Mio figlio non è un dislessico felice"


Dislessici, come più volte detto, si è per sempre. Speriamo tutti che usciti da scuola i nostri ragazzi trovino sulla loro strada molti meno ostacoli. In molti ci riescono e sono tanti gli esempi di dislessici felici. Ma c'è anche chi non ce la fa e continua a inanellare un fallimento dopo l'altro perdendo quasi ogni speranza. La storia che segue ci fa riflettere proprio su questo ultimo aspetto:

"Leggo spesso le storie che pubblicate, gli esempi di dislessici famosi o semplici ragazzi che in qualche modo ce l'hanno fatta e che, usciti da scuola, hanno trovato la propria strada e sono diventati dislessici felici

Mio figlio no. Lui felice non lo è mai stato. Non lo era quando andava a scuola, come tutti i dislessici del resto. Ricordo i pianti, la fatica per alzarlo dal letto la mattina e le corse per arrivare in tempo per l'inizio della lezione. Per non parlare dei pomeriggi interi passati a fare i compiti, io e lui fianco a fianco. Spesso si arrivava anche a tarda sera, entrambi sfiancati. Questo perché a nulla servivano i PDP e i continui colloqui con gli insegnanti. Erano sempre troppe le pagine da studiare, i compiti da fare, le verifiche da preparare per il giorno dopo. E' capitato, soprattutto alle superiori, che ci fossero anche 3 o 4 prove in un giorno. Inutile ricordare ai Prof. che doveva farne solo una al giorno e che gli sarebbe servito più tempo. Verifiche programmate? Neanche a parlarne. Era come sbattere contro un muro di gomma. Ogni parola detta, ogni richiesta rimbalzava via. Tanta scarsa preparazione sulla dislessia e troppa incapacità di gestire questo tipo di situazioni. Pochi i casi di Insegnanti preparati. 


E così come molte altre storie che ho letto, anche mio figlio ha dovuto soffrire molto per questo. Ha vissuto un po' tutte le esperienze negative e traumatiche che riguardano spesso la storie dei ragazzi dislessici. Mi riferisco al cambio di scuola, alla figura di "sostegno"(anche se per Legge non ne aveva diritto) che lo affiancava in classe, al bullismo e all'isolamento da parte dei compagni, ai compiti non scritti sul diario, i libri e quaderni dimenticati, le note, le sfilze di "6 dislessico", le rinunce alle attività sportive, o alle uscite pomeridiane perché di tempo libero neanche a parlarne. A lui il tempo serviva tutto per studiare e non bastava mai.

Alle superiori ha frequentato un istituto professionale. Tutti hanno pensato, forse sbagliando anche noi genitori, che non potesse fare di meglio. Le fatiche e i pianti non sono mai diminuiti e di pari passo aumentava l'incompetenza da parte della maggior parte degli insegnanti nonostante il mio impegno ogni anno a fare redigere quel benedetto PDP

L'esame orale di maturità è stato il momento più brillante della sua carriera scolastica. Si è preparato bene per più di un mese con tutte le mappe concettuali che avevamo creato insieme. Ha stupito tutti e preso il massimo dei voti possibili. Qualche insegnante ha anche pianto quel giorno(Gioia o Rimorso?).

Io ero piena di gioia. Credevo che quell'esame lo avesse finalmente riempito di orgoglio e fiducia in se stesso. Che una volta per tutte si sarebbe scrollato  di dosso quel senso di inferiorità che lo aveva accompagnato per tutti quegli anni. Che fosse finalmente arrivato il momento per lui di spiccare il volo. Uscito da scuola avrebbe finalmente trovato la felicità.

E invece mi sbagliavo. Sono ormai passati due anni da quel giorno e mio figlio non è ancora felice. Anche se non lo dice percepisco che è tremendamente spaventato dalla vita e dal futuro. Conosce bene le sue difficoltà con la lettura, la scrittura il calcolo, l'orologio i soldi ecc.. E finora non ha mai trovato qualcosa in cui ha potuto dire "questo lo so fare bene" ad esempio con lo sport, con l'arte, con la musica... Tutto ha influito a farlo sentire incapace. Ora ha paura di affrontare qualsiasi situazione e si sta chiudendo troppo in se stesso.

Nonostante i miei incoraggiamenti uscito da scuola ha subito scartato l'ipotesi Università. Si è concentrato sull'esame della patente. Ha seguito le lezioni, sfogliato un po' il libro, provato qualche applicazione, ma ad oggi quella patente è ancora un miraggio. Ha fallito già tre volte l'esame scritto seppur usando le cuffie con la sintesi vocale. Anche lì qualche compagno d'esame si è lamentato e qualche esaminatore gliele ha concesse con qualche remora. Ecco che la pressione e l'ansia hanno reso la situazione per lui devastante. Ora ahimè quella situazione non vuole viverla più. Non pensa neanche lontanamente di riprovarci. Lo capisco, ma spero che presto cambi idea.

Lavoro? Neanche a parlarne. Lo stimoliamo continuamente, ma lui neanche vuole cercarlo. Dice "farò" "andrò" ma so che si sente incapace di ricoprire qualsiasi ruolo. Persino presentarsi ad un colloquio lo spaventa. Quando ne parliamo diventa irascibile. Il muro di gomma ora è diventato lui. Il suo carattere sta peggiorando e non sappiamo più come prenderlo. Non vuole proprio farsi aiutare. A volte rimpiango la scuola che tanto abbiamo "odiato" negli anni passati. Almeno sapevamo cosa fare, come intervenire. Ora lui deve trovare il modo di affrontare la vita con tutte le sue caratteristiche e le sue difficoltà.

Ma cosa farà ora? Come posso aiutarlo? Sono convinta che le esperienze negative vissute a scuola sono ancora vive dentro di lui, che lo abbiano così toccato nel profondo da rinchiuderlo in una sorta di gabbia di vetro dal quale non riesce ad uscire. Vorrei dirgli qual è la chiave giusta ma forse non so neanche io quale sia.


So che presto ci stupirà tutti come quel giorno all'esame di maturità e che finalmente sarà felice come tanti altri ragazzi dislessici. Ora però sono molto preoccupata e non so davvero più cosa fare per lui."


-Marzia-


Grazie Marzia. Storie come quella che ci hai raccontato ci fanno capire quanto sia importante intervenire precocemente e in maniera adeguata a scuola perché alcune ferite sono molto difficili da rimarginare. E come la dislessia, queste, restano per sempre ma le conseguenze che sono in grado di innescare sono ben più gravi della dislessia stessa. 

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Roberto M.

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