martedì 22 maggio 2012

La "genializzazione" della dislessia: stimolo o illusione?

Secondo l’Organizzazione mondiale di Sanità (Oms) il primo criterio da valutare per effettuare una diagnosi di dislessia è il seguente: " il livello intellettivo del soggetto con disturbo di lettura deve essere nella norma, ossia avere un QI maggiore o uguale a 85". Questo vuol dire che qualsiasi persona con diagnosi di dislessia e/o altri DSA ha un'intelligenza nella norma o superiore. 
Proprio per sottolineare e mettere in evidenza che tutti i dislessici sono intelligenti, controbattendo alle teorie che li vogliono stupidi o asini, sempre più spesso quando si parla di dislessia, si finisce per fare l'esempio dei cosiddetti "geni dislessici", personaggi famosi che sono stati in grado di superare le loro difficoltà riuscendo ad ottenere il successo e ad affermarsi in diversi campi della vita, in alcuni casi, anche a cambiare la storia. I nomi più gettonati sono, come noto, quelli di Leonardo da Vinci e Albert Einstein, di sicuro tra i più grandi geni di tutti i tempi. Non mancano, però, riferimenti a personaggi più vicini a noi come il compianto Steve Jobs, padre fondatore della Apple, e l'attore Tom Cruise.
Nei confronti di questa "genializzazione” della dislessia, Giacomo Stella, tra i maggiori esperti di disturbi dell'apprendimento in Italia e fondatore dell'Associazione Italiana Dislessia, si è da sempre dichiarato contrario visto che "la percentuale di soggetti dislessici, o supposti tali che si sono realizzati in carriere d'eccellenza è pari a quella dei normolettori. Non vi è nessuna evidenza scientifica che supporti in qualche modo l'ipotesi della maggior genialità dei dislessici" (Stella, 2004). Inoltre, sempre secondo la sua opinione "questa posizione contiene i rischi di una seconda beffa per i dislessici. Se, infatti, nella scuola non emergono queste qualità eccezionali, se non vengono soddisfatte queste attese mirabolanti, vi è il rischio che il ragazzo con difficoltà di lettura venga riconfinato nelle incomprensioni della scarsa motivazione o applicazione. Purtroppo la maggior parte dei dislessici non eccelle nelle discipline formali, almeno nella fase scolastica che tende ad irreggimentarle e a irrigidirle. Occorrono lunghi anni perché le loro eventuali qualità possano esprimersi in modo libero e trovare contesti in cui essere applicati. “ (Stella, 2004). Il Prof. Stella ha ribadito il suo pensiero anche nell’intervento al primo incontro nazionale della Associazioni di dislessia (qui in basso potete vedere e ascoltarne il filmato) aggiungendo che “molti esempi non sono entusiasmanti, ad esempio si dice sempre Tom Cruise. Ecco Tom Cruise è meglio lasciarlo perdere visto tutto quello che fa per la setta di Scientology che è contro la dislessia”. In effetti, per chi non lo sapesse Scientology, notoriamente schierata contro la psichiatria, più volte ha messo in discussione i disturbi specifici dell’apprendimento negandone persino l’esistenza. Inoltre, spesso lo stesso Tom Cruise ha dichiarato di essere riuscito a guarire dalla dislessia grazie proprio alla setta di Scientology. Un’affermazione che lascia il tempo che trova soprattutto se si pensa che “la dislessia evolutiva non è una malattia perché non è transitoria, non consiste in un’alterazione di determinate condizioni di partenza e non esiste rimedio chiaro e rapido per eliminarla” (Stella, 2004). In parole povere, dalla dislessia non si guarisce. Il dislessico può però trovare la strada per esprimere le sue qualità.

Detto questo, l’esempio dei dislessici famosi è di sicuro incoraggiante. Può essere uno stimolo per affrontare le proprie difficoltà con più forza, sapendo che esiste la possibilità di eccellere così come hanno fatto Leonardo o Einstein. Dall’altro canto, però, è sbagliato pensare che tutti i dislessici siano dei geni. Non tutti i normolettori hanno un quoziente intellettivo superiore alla media e questo vale anche per i dislessici. Non riuscendo a raggiungere traguardi straordinari la “genializzazione” della dislessia potrebbe rivelarsi così solo un'illusione e provocare nel dislessico un ulteriore senso di inadeguatezza e incapacità.

Per finire voglio terminare con una frase di Giacomo Stella tratta dal suo “La dislessia” (2004): “Gli insegnanti per accettare come dislessico un bambino con difficoltà di lettura gli chiedono di essere un piccolo Einstein, dimenticando che nemmeno gli insegnanti di Einstein si erano accorti di avere davanti un genio”

E voi come la pensate?



Roberto M.


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