lunedì 17 aprile 2017

Gutenberg, la lettura e il paradosso della dislessia



Senza dubbio il 2010 può essere considerato per la dislessia un annus mirabilis data l’approvazione nel nostro Paese della Legge 170, una normativa in grado, se applicata, di concedere Pari Opportunità alle migliaia di studenti DSA, di permetter loro di raggiungere il successo scolastico e di mettere fine alle tante storie fatte di discriminazioni, rabbia e frustazione.
Ma da dove nascono tutte queste storie? E' possibile ipotizzare l’esistenza di un annus horribilis che le ha generate e continua tutt'oggi a generarle?

[…]Io dovevo nascere prima che un mostro di persona gli venisse in mente d’inventare la scrittura e la lettura. Se non fosse stata inventata la lettura io Mirco sarei più felice. (Stella, 2004, p.127)

Le parole di Mirco, la cui storia è raccolta fra molte altre in “Storie di dislessia” di Giacomo Stella, anche se ingenuamente, offrono una risposta precisa ed acuta alla domanda. In effetti, si è detto che la dislessia si manifesta, oltre che attraverso possibili segni premonitori durante la scuola dell’infanzia, quando il bambino inizia il periodo di scolarizzazione obbligatoria e diventa ufficialmente uno studente. Mirco, essendo egli stesso uno scolaro ed avendo la consapevolezza delle sue difficoltà con l’apprendimento, “maledice” l’inventore della scrittura e della lettura e si proietta all’indietro nel tempo, quando queste attività ancora non erano state scoperte. La sua idea è che prima di quel periodo sarebbe stato più felice perché non avrebbe avuto le difficoltà che ha ora quando si trova davanti un libro o in mano una penna, e la sua dislessia, quindi, non avrebbe influito sulla sua vita perché sarebbe rimasta latente.  
      
In realtà, essendo di natura genetica, si suppone che questo disturbo sia sempre esistito e abbia accompagnato l’uomo dalla sua comparsa fino ad oggi. Il momento determinante, e non a torto, a detta di Mirco è stato però l’invenzione della scrittura e della lettura. Questo momento, secondo il parere di molti studiosi, va collocato prima del 3000 a.C., quando in Mesopotamia i sumeri (Diamond, 1998, pp. 166-186) crearono un insieme di segni universalmente riconosciuti che rappresentavano i suoni pronunciati dai parlanti, sistema che poi fu preso in prestito, copiato e modificato da popolazioni limitrofe come gli Egizi. Un altro luogo dove la scrittura fu inventata con certezza fu l’America centrale, dove videro la luce una dozzina di sistemi di segni che non hanno nulla a che vedere con quelli euroasiatici, il più antico dei quali è quello dello Zapotechi attestato intorno al 600 a.C. Altri sistemi di scrittura nati presumibilmente in modo indipendente sono pervenuti dai polinesiani dell’Isola di Pasqua, e dai cinesi intorno al 1330 a.C. La scrittura non si diffuse in modo uniforme su tutto il pianeta ma nacque in modo spontaneo solo in specifiche zone e tra popoli non più cacciatori-raccoglitori ma sedentari che avevano quindi più tempo per dedicarsi allo sviluppo di nuove invenzioni. La distanza tra i popoli di quel tempo, quindi, sembra essere stata la causa determinante per la mancata diffusione della scrittura in tutto il mondo. Ma non è l’unica. I sistemi di allora avevano un limite molto importante dato dal fatto che erano usati da pochissime persone come gli scribi o i sacerdoti, limitazioni volute perché, secondo Claude Lévi-Strauss (Diamond, 1998, p. 183), la funzione della scrittura in quel tempo era di «facilitare l’asservimento di altri esseri umani». I re e i sacerdoti sumeri ad esempio, volevano che i caratteri cuneiformi servissero agli scribi per tenere il conto delle tasse, non al popolo per poetare e ordire complotti. Tali limitazioni riservavano l’uso della scrittura a pochi e ostacolarono lo sviluppo di metodi di scrittura più semplici.

La digressione nel tempo appena compiuta potrebbe essere utile per possibile ipotizzare che se Mirco fosse nato appena dopo quel periodo, nonostante l’invenzione della scrittura, avrebbe avuto meno difficoltà di quante ne abbia oggi perché, come si è detto, questa specifica abilità, e con essa la lettura, è stata per molti millenni concessa solo a pochissimi eletti. Basti pensare che molti poemi, tra cui quelli omerici, venivano trasmessi oralmente e che i primi filosofi prediligevano l’oralità come mezzo di insegnamento. Mirco quindi se la prende ingiustamente con gli inventori della scrittura, ovviamente la più grande invenzione mai concepita dall’uomo grazie alla quale ha avuto origine la civiltà. 

Per individuare un altro periodo indiziabile come l’annus horribilis per la dislessia occorre perciò andare molto più avanti nel tempo. Marshall McLuhan offre uno spunto interessante per la ricerca di questo periodo con la sua opera Galassia Gutenberg (1962) dove afferma che «con l’avvento della stampa a caratteri mobili si compie definitivamente il passaggio dalla cultura orale alla cultura alfabetica». Seguendo questo filo conduttore si giunge quindi al 1455, anno in cui Gutenberg stampa il primo libro (la Bibbia) con la nuova tecnica di sua ideazione. Questa data è considerabile perciò oltre che l’anno orribile per la dislessia e i dislessici anche il loro “anno zero” alla stregua di quello che è per la Cristianità la nascita di Cristo. Infatti, quell’anno si rivela essere uno spartiacque tra due ere l’una basata prevalentemente sulla cultura orale e la seconda fondata prepotentemente sulla cultura scritta.

Il grafico mette a confronto la storia dell’umanità, in particolare riferimento alla scoperta e all’evoluzione della scrittura, e la storia della dislessia.

La portata dell’invenzione della stampa a caratteri mobili per la cultura occidentale si intuisce se solo si pensa che nel 1500, dopo soli cinquanta anni dalla sua nascita, in un’Europa con pressappoco cento milioni di abitanti, circolavano dai venti ai trenta milioni di libri stampati (Paccagnella, 2004, p.90). Se il manoscritto amanuense era un’opera unica da trattare come fosse un oggetto sacro, il libro stampato diviene secondo le parole di McLuhan «la prima merce uniforme e ripetibile», il simbolo di un mutamento economico, ma soprattutto una trasformazione di enorme portata delle forme di conoscenza e del sistema culturale. L’introduzione della stampa da parte di Gutenberg ha accompagnato il processo di mutamento che ha condotto alla scienza occidentale e alla società moderna, ed è stata la spinta che poi in seguito porterà allo sviluppo dell’istruzione obbligatoria. La nascita della cultura scritta è stata senza dubbio una rivoluzione ancora più forte nella vita di un dislessico. Se fino ad allora il disturbo della lettura non aveva modo di manifestarsi, dal 1455 in poi comincia a dare segno della sua presenza e a far sì che il gap fra un dislessico e un normolettore si ampliasse via via col passare del tempo. E il deciso aumento dell’alfabetismo di massa verificatosi in molti paesi Occidentali dall’ottocento in poi ha dato un impulso ulteriore a questo divario aumentando a dismisura la percezione del disturbo. 
        
Grazie a questo breve excursus all’interno della storia dell’uomo è possibile fare ancora un’ultima considerazione. Si è detto che se Mirco, bambino dislessico, fosse nato ancor prima dell’invenzione della scrittura, non avrebbe di certo avuto tutte quelle difficoltà che si trova ad affrontare oggi fra i banchi di scuola. Sarebbe stato davvero così? L’origine della dislessia non è data né dal sistema scolastico né tantomeno dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, ma dalla sua natura genetica. Addirittura il “cervello dislessico” comincia a formarsi già nel feto a causa di un’alterata migrazione neuronale. La scuola, la lettura e la scrittura sono, quindi, fattori sicuramente decisivi per la manifestazione della dislessia in tutte le sue specifiche caratteristiche, ma non di certo la causa della sua presenza.

È difficile, perciò, ipotizzare con certezza che la dislessia sarebbe rimasta latente se la scrittura e il libro non fossero mai esistiti. Essendo una neurodiversità congenita di origine neuronale sarebbe, forse, esistita comunque e magari avrebbe fatto mostra di sé in altre modalità. Ciò che risulta inaccettabile, infine, è come sia possibile che una tecnologia nata dalla genialità della mente umana, di sicuro l’invenzione più importante mai partorita dall’uomo, sia per alcuni individui faticosamente utilizzabile. Non solo perché proprio il cervello di quegli individui, i dislessici, sembra “impostato” per non imparare la lettura, nonostante non siano presenti rilevanti deficit di intelligenza. Sembra come se nella storia del “cervello dislessico”, scritta attraverso la sua trasmissione genetica, non ci sia traccia di quel tipo di invenzione e con quella modalità di “configurazione” si sia, poi, riprodotto nelle generazioni future. È chiaro come questo sia un vero e proprio paradosso, in particolare se lo si paragona alle numerose altre abilità che chiunque riesce, con maggiore o minore impegno, ad imparare nel corso della vita. Un esempio banale può essere quello della bicicletta con cui qualsiasi bambino ha, prima o poi, a che fare. Si fa tesoro inizialmente dell’ausilio delle rotelle. Se ne toglie prima una poi l’altra man mano che si acquista fiducia. Si cade. Si sta in precario equilibrio. Magari si ricade. Un giorno, però, con costanza e impegno si ha sempre più padronanza del mezzo e si comincia ad andare dritti fino a quando l’andare in bicicletta e le tecniche per farla muovere senza cadere diventano routine. La differenza con un dislessico alle prese con la lettura è palese. Nonostante gli sforzi, l’impegno e i molti tentativi, i progressi sono minimi e le cadute sempre frequenti tanto che per poter utilizzare quella tecnologia c’è bisogno di una seconda tecnologia, più evoluta, quella informatica. Come se il “cervello dislessico” avesse compiuto un balzo nella sua evoluzione passando direttamente dall’analfabetismo completo o dalla cultura orale, all’informatica dei giorni nostri senza passare per l’alfabetismo vero e proprio tipico delle culture scritte. Questo paradosso, definibile come “paradosso della dislessia” ha sicuramente degli interrogativi a cui è difficile dare una risposta certa, ma può sicuramente rappresentare con accuratezza la condizione di coloro per cui leggere non è proprio come andare in bicicletta.



Per concludere, l’esistenza dei dislessici è pensabile come una “guerra” quotidiana contro Gutenberg e la sua stampa a caratteri mobili e ad oggi, anno 562 d.G (dopo Gutenberg), la contesa, nonostante le battaglie vinte come quelle della legge 170 del 2010, sembra tutt’altro che terminata.

Roberto M.

Photo Credit: Vermont Dead Line Blog

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